Fonte: forumpa.it

Il 15 luglio scorso presso Arsenàl.IT, Centro Veneto per la sanità digitale a Treviso, si sono riuniti cento esperti da tutta Italia per declinare le opportunità della ricetta digitale. Bruno Coppola, uno dei partecipanti, ci racconta in questo articolo come potrebbe cambiare la sanità con la trasformazione dei flussi in digitale e la messa in reta di un patrimonio informativo enorme e preziosissimo, finora non disponibile, cui dobbiamo imparare a dare valore.


Cosa c’entra l’incredibile capacità di auto-sincronizzarsi di trentadue metronomi con le innovazioni in sanità consentite dalla dematerializzazione? E soprattutto perché oltre 100 esperti e manager da tutta Italia si sono trovati per discutere di questo?

L’antefatto: pochi finora se ne sono accorti, ma la ricetta rossa che siamo abituati a ritirare dal medico di base per ottenere un farmaco o una visita specialistica, sta andando in pensione, in gran parte d’Italia. In Veneto ad esempio nel giro di pochi mesi, da quanto gli organi della Regione hanno girato l’interruttore, l’80 delle ricette non sono più state compilate e poi stampate, ma sono diventate un puro flusso di bit.

Apparentemente niente di strano, dopo gli ordini di pagamento elettronici, con i quali ad esempio vengono pagati la stragrande maggioranza degli stipendi, dopo la musica in streaming e i contenuti digitali che hanno cambiato l’industria della musica e dell’intrattenimento, anche gli ordini di prestazioni sanitarie possono diventare virtuali. Perché dunque occuparsene? Il motivo è presto detto: perché l’innovazione è così grande che nessuno ancora sa esattamente dove porterà. Potenzialmente può cambiare il modo in cui è organizzata gran parte della sanità, il modo in cui otteniamo le prestazioni, può cambiare la sorte delle aziende e ancora di più la sorte di milioni di pazienti. Ma come esattamente? E quando? Riusciremo ad avere prestazioni migliori, riusciremo a spendere meno ed evitare gli sprechi che si annidano nell’enorme macchina della sanità? Più modestamente, riusciremo a controllare meglio quali prestazioni vengono realmente erogate ed evitare sprechi e pasticci? Di questo e di altro si è discusso alla conferenza organizzata da Arsenal.IT, Centro Veneto per la sanità digitale, nella cornice di Villa Lorenzon a Treviso.

La convinzione di tutti è che, con l’abolizione della ricetta rossa e la trasformazione dei flussi in digitale, abbiamo gran parte delle informazioni che servono per gestire al meglio i percorsi di cura, i centri specialistici, il tempo e la salute di ogni singolo paziente. Un patrimonio di informazione enorme e preziosissimo, finora non disponibile, cui imparare a dare valore.

Che abbia valore per le imprese, si è capito subito, visto che propongono un grande mercato dell’informazione sanitaria. Ma ha anche valore per il ministero della sanità, per i dirigenti delle Aziende Sanitarie e per le Regioni. Tanto da spingere appunto 100 esperti e dirigenti di tutta Italia a discuterne.

Molte le intenzioni e molti i progetti emersi, nel solo per il Veneto. Dall’idea del ”One Stop Shop” (tutto in una volta sola), che in molte parti del mondo è sinonimo di semplificazione, superando gli attuali centri di prenotazione e garantendo al cittadino un percorso pronto e ottimizzato su di lui, ai percorsi sanitari sempre più personalizzati grazie al patrimonio informativo disponibile, alla maggior presenza di medicina territoriale distribuita e vicina al paziente, anche a casa sua, ai sistemi esperti di aiuto al medico, per meglio interpretare le informazioni ed il quadro clinico che ha di fronte, ai sistemi di consultazione on line per avere una “second opinion”: sono una quindicina i progetti di innovazione consentiti dalla sanità digitale di cui si è parlato nella conferenza. Certo troppo poco perché possano partire domani, ma abbastanza per capire che siamo a una svolta, che iniziano ad esserci convergenze di visione e accordo tra molti operatori, tecnici e manager e che stavolta dei reali progetti di semplificazione e di qualità possono davvero partire.

Ma allora cosa c’entra la sincronizzazione di 32 metronomi? Chi non avesse visto il filmato può perdere tre minuti per rimanere stupito, e chiedersi alla fine dove sta il trucco. Sorpresa: è internet, ma non è un fake, non c’è trucco. È un esperimento scientifico. I metronomi che si vedono fanno davvero qualcosa che va contro le nostre aspettative, rinunciano ognuno a un pezzetto della propria precisione per sincronizzarsi con gli altri e dopo che lo hanno fatto tornano ad essere precisi. Non è un’idea che li spinge a farlo, non è un gene, è la base comune su cui poggiano, che fa parte della loro capacità di assicurare quel che sanno fare meglio: dare il tempo. La base comune, in ambito sanitario, potrebbe essere l’informazione, che può aggiungere una capacità di sintonia finora non davvero sperimentata.