Fonte: www.corrierecomunicazioni.it

Quando mi è stata offerta l’opportunità di scrivere un breve articolo sul “CorCom”, per presentare l’attività dell’Ocse (presso la quale ricopro l’incarico di Rappresentante Permanente del nostro Paese), in tema di economia digitale, ho accettato molto volentieri, non solo per l’importanza della tematica e la qualità del giornale che l’accoglie, ma anche perché ritengo che l’apertura di una specifica riflessione sull’argomento, in particolare all’approssimarsi di un evento come quello che andrò a descrivere, non possa che contribuire a delineare con più chiarezza gli interessi del nostro Paese in tale ambito internazionale, fornendo nel contempo, al mio ruolo, migliori opportunità per rappresentarli.

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ben nota nel mondo attraverso i suoi acronimi (Ocse in Italia, Ocde in Francia, dove ha sede, a Parigi, e Oecd nei paesi anglofoni) è conosciuta soprattutto per la qualità delle sue valutazioni economiche, basate sull’analisi dei dati direttamente raccolti. Forse non sempre è altrettanto noto, tuttavia, che nell’esaminare l’impatto delle politiche nazionali sull’economia, l’Ocse riserva una specifica attenzione al settore della Scienza, Tecnologia ed Innovazione, cui è dedicata la Direzione omonima (Dsti), nell’ambito della quale l’economia digitale rappresenta un’area di grande rilievo.

L’incedere a passo rapido delle tecnologie digitali nella vita delle persone, come nelle professioni, è sotto gli occhi di tutti; le possibilità di connessione offerte dalle comunicazioni digitali, che si tratti di posta elettronica, di un  messaggio di testo o di un videomessaggio tramite telefono cellulare, o di un’applicazione via Internet, rappresentano, nel loro complesso, un mondo ancora lungi dall’essere completamente esplorato.  L’effetto economico più evidente di tale “iperconnettività” riguarda infatti, sino ad ora, il tradizionale modello verticale fondato sulla catena produttore-fornitore-fruitore/consumatore, che appare progressivamente soppiantato da un “non-modello”, in cui chiunque può essere indifferentemente ed alternativamente produttore e fruitore. Ciò comporta che se, da un lato, viene a mancare la tradizionale figura dell’intermediario, che filtra il rapporto con il produttore, dando origine ad una forma, per così dire, di “economia diretta”, dall’altra sorgono nuovi tipi di fornitori/intermediari, che semplicemente organizzano la domanda e l’offerta senza avere rapporti specifici con “il” o con un solo produttore o consumatore. In quest’ultimo caso, inoltre, il successo del modello si basa fortemente sul giudizio dei consumatori stessi rispetto al prodotto/servizio offerto, giudizio diffuso e reso fruibile tramite la medesima rete. Inoltre, beni e servizi sono spesso messi a disposizione su base temporanea, da parte di chi momentaneamente non ne ha bisogno o ne ha in eccesso (un posto in automobile per un trasferimento, un’abitazione temporaneamente libera, ecc.),  originando in questo modo una forma del tutto nuova di “economia condivisa” (sharing economy).

Sono dunque molte le domande che si pongono per cercare di comprendere questa tendenza evolutiva che, in quanto “spontanea”, sembra avere connotazioni essenzialmente positive. Ma quali sono le sue vere ricadute economiche e, soprattutto, quelle occupazionali? A che livello si creano e/o si distruggono posti di lavoro ed in che misura il numero dei primi prevale, eventualmente nel tempo, sugli altri? Come cercare di assecondare il processo, cogliendone appieno i benefici ed evitando o riducendo al minimo, i possibili svantaggi? Quanto occorre ancora agire sulle infrastrutture di base? Quali possono essere le criticità, ad esempio, in termini di sicurezza e privacy del consumatore? Quali le misure per favorire la collocazione delle imprese, soprattutto delle piccole e medie,  nonché dei soggetti economici tradizionalmente operanti nel settore, in questo nuovo contesto?

Più in generale, come e quanto lo sviluppo di una rete Internet “aperta” e non frammentata, può contribuire alla crescita economica e sociale, permettendo il parallelo sviluppo di questa nuova economia digitale? Come beneficiare dell’avvento della cosiddetta “Internet delle Cose”, ad esempio in campo medico, o per rispondere alle sfide rappresentate dall’aumento dell’età media della popolazione o della tutela ambientale? Come garantire che tutti i cittadini sappiano beneficiare dello sviluppo tecnologico, attraverso competenze e capacità adeguate e, soprattutto, come garantire una crescita armonizzata a livello mondiale?

Se le tecnologie digitali sono davvero quelle che permettono di far crescere il Pil, travalicando i confini geografici e le tradizionali strutture di mercato, quale migliore occasione per arrivare ad una crescita inclusiva, attraverso di esse (obiettivo “valoriale” cui l’Ocse, nel suo complesso, attraverso il suo Segretario Generale, il messicano Angel Gurria, e gli Stati membri, Italia “in primis”, rivolgono da qualche anno a questa parte speciale attenzione)?

È questo il senso particolare della riunione a livello Ministeriale del Comitato per la Politica sull’Economia Digitale (Cdep) dell’Ocse, che si terrà a Cancun, in Messico, nel giugno 2016, con il titolo: “The digital economy: innovation, growth and social prosperity” e che affronterà, in quattro sessioni tematiche, tutte le questioni sopra introdotte.
L’Ocse rappresenta un contesto particolare per promuovere la discussione, l’identificazione e l’adozione delle migliori pratiche politiche, lungo direzioni di volta in volta individuate. La qualità unanimemente riconosciuta dei suoi lavori e, soprattutto, la competenza economica applicata ai vari settori, assieme al costante e continuo riscontro con gli stessi Governi, anche non membri, che partecipano come osservatori o invitati speciali, fa si che tale organizzazione rappresenti un punto di riferimento la cui influenza, grazie ad una attiva politica di “outreach”, si estende ben oltre i  34 Paesi che la compongono.
Cooperazione e sviluppo sono le parole chiave del nome e rispettarle entrambe vuol dire ricercare sempre l’approccio “win-win”, ovvero perseguimento di un obiettivo in un contesto sociale e geografico globale, in cui il benessere di alcuni non prevalga sui problemi di altri. Una crescita che sia tale deve essere misurata non solo in termini numerici, ma anche in termini complessivamente qualitativi.
La Conferenza di Cancun, aperta anche a Paesi non membri dell’Ocse e ad altre Organizzazioni Internazionali, vuole essere un momento di alto rilievo nel panorama mondiale, per discutere l’importantissimo ruolo dell’economia digitale per uno sviluppo ed una crescita inclusivi.

L’Italia, attraverso la Rappresentanza Italiana presso le Organizzazioni Internazionali in Parigi, è direttamente coinvolta nella preparazione dell’evento, assieme al Segretariato Ocse, allo Steering Committee della Conferenza ed al Comitato Cdep.
In particolare, la Rappresentanza Permanente, sotto la guida della Presidenza del Consiglio, che coordina il contributo dei diversi soggetti istituzionali coinvolti, sta curando con attenzione il percorso di discussione della Dichiarazione, che i vari ministri sottoscriveranno al termine della conferenza.
Sarò lieto di continuare a tenere informati i lettori di questo giornale sui prossimi passi dell’Ocse, da qui alla conferenza, con l’auspicio di contribuire a stimolare e tenere vivo il dibattito sulle tematiche di cui sopra ed a fornire spunti, mi auguro utili, per le nostre Istituzioni di riferimento.